La sicurezza non si prescrive.
Dal discorso di Nordio alla retorica dei “luoghi protetti”: quando la cura alle vittime diventa prescrizione individuale.
“Magari trovare delle forme di autodifesa… rifugiandosi in una chiesa, in una farmacia, insomma in un luogo più o meno protetto.”
Lo ha detto il Ministro della Giustizia Carlo Nordio il 15 maggio 2025, intervenendo in Senato durante il Question Time. Si parlava dei limiti — evidenti — del braccialetto elettronico e delle possibili soluzioni a tutela delle donne che subiscono violenza.
L’intenzione era, forse, rassicurare. Il risultato? Uno spostamento, simbolico e materiale, della responsabilità: da quella collettiva — e soprattutto istituzionale — a quella individuale; da chi dovrebbe garantire protezione a chi quella protezione la cerca.
La violenza sulle donne viene spesso narrata come emergenza, ma affrontata come questione privata. In questa narrazione, la protezione smette di essere un diritto garantito dallo Stato e diventa un consiglio, una prescrizione individuale: cura te stessa, mettiti in salvo, cerca da sola un rifugio.
Delle dichiarazioni di Nordio — e della loro problematicità — si è già scritto molto, negli ambienti femministi e non solo.
Questo articolo non vuole semplicemente aggiungersi al coro. Vuole tornare su quel passaggio, ma da un’altra angolazione: cosa significa, davvero, parlare di “luoghi sicuri”? Chi può riconoscerli come tali? E cosa c’entra la farmacia?
Nordio, di fronte all’inefficacia dei dispositivi di allerta, suggerisce che una donna in pericolo “si rifugi in una chiesa o in una farmacia”. Luoghi reali, concreti, ma astratti nella loro presunta neutralità. Luoghi che diventano “protetti” solo per designazione, senza interrogarsi su chi li abita, su quali logiche li attraversano, su quanto siano davvero accessibili — e sicuri — per chi ha paura.
Cosa significa considerare una farmacia un luogo protetto?
È davvero realistico aspettarsi che una donna inseguita o minacciata riesca ad attuare lucidamente una strategia di fuga verso una “farmacia sicura”? La farmacia, pur essendo culturalmente associata alla cura, non è automaticamente percepita come spazio sicuro.
L’immagine di una donna che, dopo aver subito violenza o mentre è sotto minaccia, entra “razionalmente” in una farmacia o in una chiesa rifugio — come suggerito da Nordio — è profondamente disconnessa dalla realtà emotiva, psicologica e corporea del trauma.
L’idea stessa di “andare in un luogo sicuro” presuppone lucidità, orientamento, fiducia. Non sempre disponibili.
Una donna che ha subito violenza non si muove con razionalità lineare: si muove con sensibilità aumentate, con allerta, con paura. Spesso riduce i suoi spazi, non li espande. E se anche entra in una farmacia, non è affatto scontato che quel luogo sia pronto ad accoglierla. Non basta un’insegna per rendere uno spazio sicuro: serve consapevolezza, serve formazione, serve umanità.
immagine creata con AI. Testo fumetti di Il Bugiardino
In questo quadro si inserisce anche un nodo raramente interrogato: quello che la sociologia chiama il paradosso delle donne, nominato nel libro La città femminista di Leslie Kern. Anche se la violenza di genere si consuma spesso in spazi privati, all’interno di relazioni conosciute, questo non rende meno legittima la percezione di insicurezza nello spazio pubblico.
È un sapere corporeo, collettivo, strutturale: costruito nella realtà di sguardi, parole, minacce, molestie.
Anche in farmacia, anche in una chiesa, anche su un autobus, anche in un bar.
Il problema, allora, non è (solo) dove. È chi.
La vulnerabilità non è determinata dall’architettura, ma dalle relazioni di potere che attraversano uno spazio.
E se un luogo pubblico viene pensato come rifugio, dobbiamo chiederci: chi garantisce che sia davvero sicuro?
Chi lo abita è statə formatə? Ha strumenti? Ha consapevolezza?
L’idea di cercare rifugio in una farmacia o in una chiesa può apparire, a una prima analisi, rassicurante per chi guarda da fuori — ma non sempre rispecchia la logica del corpo in fuga.
Un luogo chiuso può generare ulteriore paura: e se non c’è nessuno? E se chi c’è non è alleato? E se lo spazio stesso si trasforma in trappola?
Lo spazio sicuro, per essere tale, deve essere riconosciuto come tale da chi fugge.
Una farmacia non è automaticamente percepita come luogo accogliente da chiunque.
Una donna razzializzata, non italofona, con disabilità, una persona trans, minorenne, o appartenente a una minoranza religiosa o culturale, non parte dallo stesso orizzonte di fiducia.
Per molte soggettività marginalizzate, entrare in una farmacia — o in una chiesa — non è un gesto neutro: può attivare paura, esitazione, memorie, barriere invisibili.
La sicurezza è una percezione, non un'etichetta.
E questo vale anche per chi accoglie: se chi lavora in farmacia non ha fatto un percorso di decostruzione, di ascolto attivo, di messa in discussione dei propri bias, non può essere davvero in grado di leggere la complessità della situazione o del corpo che ha davanti. Non per mancanza di volontà, ma perché nessun luogo è sicuro se non è anche trasformativo.
Parlare di “luoghi protetti” senza un approccio intersezionale rischia di trasformare uno spazio potenzialmente utile in un luogo fittizio, irraggiungibile per chi non rientra nel modello dominante di “vittima credibile”.
Cosa impedisce a uno stalker di seguirti in farmacia?
Niente.
Nessun allarme suona. Nessun muro si abbassa. Nessuna sirena parte.
Entrare in farmacia, da persona in pericolo, non significa salvarsi.
Significa sperare che chi sta dall’altra parte sappia cosa fare.
Che abbia voglia di ascoltare. Che abbia strumenti per agire.
Non sempre accade.
E, dettaglio tutt’altro che secondario: le farmacie hanno orari di apertura e chiusura.
Non sono aperte h24.
Che succede di notte? Che succede fuori turno? Che succede in un paese dove la farmacia è una sola?
È vero: le farmacie — come le chiese — sono ovunque, anche nei paesi più piccoli, più isolati.
Ma essere capillari non significa essere sicuri.
La prossimità geografica non garantisce accoglienza, né protezione. Non basta esserci: bisogna essere alleatɜ.
Allora perché proprio la farmacia? Cosa la distingue da un supermercato, un tabaccaio, un centro estetico? Solo l’immaginario.
Quello che continua a raccontarla come luogo neutro, accogliente, disponibile. Ma la farmacia è uno spazio abitato da persone.
E la sicurezza non è un’insegna luminosa. È una pratica. Una relazione. Una possibilità da costruire
Esistono, in Italia, iniziative che cercano di rispondere concretamente all’idea di una farmacia come punto di riferimento per chi subisce violenza.
È il caso del Progetto Mimosa, nato per offrire nelle farmacie materiali informativi e supporto alle donne in difficoltà.
Ma anche questo progetto — pur lodevole — evidenzia i limiti della delega: è efficace solo nella misura in cui chi abita quei luoghi è realmente formato, consapevole, disposto ad accogliere.
L’idea di “luogo protetto”, ancora una volta, non basta in sé. Protegge chi, come, con quali strumenti?
Sono domande urgenti, che meritano uno spazio di riflessione a parte.
Perché l’accessibilità, la fiducia, il riconoscimento non si improvvisano: si costruiscono.
Le Case Rifugio e i Centri Antiviolenza rappresentano strutture fondamentali per offrire protezione e supporto alle donne che subiscono violenza.
Le Case Rifugio, in particolare, sono spazi a indirizzo segreto, pensati per accogliere donne e figli in fuga, interrompere la spirale della violenza e offrire un contesto sicuro da cui ripartire.
Sono luoghi dove la protezione non è solo promessa, ma messa in pratica, attraverso percorsi strutturati, personale formato e relazioni costruite sul riconoscimento e sull’alleanza.
La sicurezza non si prescrive.
Si costruisce ogni giorno, a partire dalle parole — liberandosi dagli stereotipi e riconoscendo le responsabilità delle istituzioni.
Nel suo libro La città femminista, Leslie Kern immagina una città davvero sicura — non costruita su rifugi occasionali, ma su un cambiamento profondo, politico, collettivo:
“Sarà necessario un approccio intersezionale che parta dai bisogni e dalle prospettive dei più vulnerabili. Ascoltare e credere alle donne sarà una pratica standard. […] In una città femminista e sicura, le donne non dovranno essere coraggiose solo per uscire dalla porta di casa.”
In fondo, “le strade sicure le fanno le donne che le attraversano.”
E tu?
Hai mai sentito la farmacia come un luogo dove poterti rifugiare?
Hai mai esitato prima di entrare, chiedendoti se saresti statə accoltə?
Hai mai avuto bisogno di aiuto — e temuto che nessuno se ne sarebbe accortə?
Scrivici. Raccontaci. Il Bugiardino è anche tuo.
🔗 Fonti e approfondimenti
Dichiarazione del Ministro Carlo Nordio – Question Time (15 maggio 2025)
Legislatura 19ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 304 del 15/05/2025 | Senato della Repubblica (link generale all’archivio; trascrizione citata nel testo)Progetto Mimosa – Federfarma
https://www.federfarma.it/Farmaci-e-farmacie/Progetto-Mimosa.aspxD.I.Re – Donne in Rete contro la violenza
Rete nazionale dei Centri Antiviolenza e Case Rifugio
Piattaforma nazionale antiviolenza 1522 (numero gratuito)
Offre supporto e indirizza ai centri sul territorio.Leslie Kern, La città femminista. La lotta per lo spazio in un mondo progettato dagli uomini
(Titolo originale: Feminist City: Claiming Space in a Man-Made World, 2020. Trad. italiana, Treccani Libri, 2023)


