Dal banco alla piazza
Identità professionale e individualismo: perché il collettivo in farmacia oggi è così difficile da immaginare
“L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi.”
— Karl Marx, statuto della Associazione Internazionale dei Lavoratori (1864)
Negli ultimi anni il dissenso è tornato a essere un tema politico attuale.
Le manifestazioni di piazza — spesso promosse dalle generazioni più giovani — sono tornate a occupare le prime pagine dei giornali, in Italia come in molti altri paesi del mondo.
Si scende in strada per rivendicare diritti umani e di genere, per chiedere azioni concrete sul clima, per discutere di lavoro e salario minimo.
In questo scenario, le forme collettive di protesta sono tornate al centro del discorso pubblico come strumenti riconosciuti di partecipazione e rivendicazione.
Tra queste c’è lo sciopero: una pratica che consiste nell’astensione dal lavoro per rivendicare diritti legati alle condizioni e all’organizzazione dell’attività professionale.
Come sancisce l’articolo 40 della Costituzione della Repubblica Italiana:
“Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.”
Dal punto di vista giuridico, lo sciopero è un diritto individuale delle lavoratrici e dei lavoratori, ma può esistere pienamente solo dentro una dimensione condivisa: ciò che viene rivendicato non è mai il diritto del singolo, bensì quello di un’intera categoria.
immagine creata con AI. Testo fumetti di Il Bugiardino
Ma è possibile, oggi, immaginare e costruire una dimensione collettiva dentro il lavoro quotidiano?
Questa domanda attraversa molti settori del lavoro contemporaneo, ma assume contorni particolari nel caso delle farmacie.
Le farmaciste e i farmacisti combinano competenze tecniche, responsabilità sanitarie e una relazione quotidiana con il pubblico. Gran parte delle decisioni avviene nello spazio ristretto del banco, spesso in autonomia, dentro un flusso continuo di richieste, prescrizioni e consigli.
Come in molti ambiti del lavoro di cura, la professione è strutturata attorno a una relazione individuale tra chi assiste e chi viene assistito. La responsabilità professionale ricade sul singolo, e questa impostazione rende meno immediata la costruzione di un senso di appartenenza collettiva.
Ed è proprio questa tensione tra individuo e collettivo che rende il passaggio dall’io al noi così complesso. Ciò che si ha davanti è una sfida culturale e sociale profonda: il riconoscersi come parte di una comunità più ampia e immaginare insieme un’azione partecipata, capace di incidere realmente sulle condizioni di lavoro.
A questa dimensione individuale del lavoro si aggiunge spesso anche la struttura organizzativa di diverse farmacie private, caratterizzate da gruppi di lavoro piccoli e da un rapporto diretto tra dipendenti e titolari. In molti casi il luogo di lavoro viene vissuto come una comunità ristretta, quasi familiare. Se da un lato questo può favorire relazioni più informali, dall’altro può rendere meno immediato percepire il conflitto come uno strumento legittimo di rivendicazione collettiva.
Se vogliamo indagare ancora più a fondo le difficoltà della categoria nel riconoscersi come tale, è necessario interrogarsi anche su come farmaciste e farmacisti percepiscono se stessi come professionisti. Nel tempo il settore ha finito per normalizzare anche pratiche lavorative poco tutelanti, contribuendo allo scontento di molti che hanno scelto di abbandonare il camice per altri percorsi professionali, piuttosto che intraprendere battaglie collettive per il riconoscimento dei propri diritti.
Un altro elemento raramente discusso riguarda la composizione della professione. Il lavoro nelle farmacie è oggi svolto in larga parte da donne e solo una piccola percentuale occupa ruoli apicali. Secondo il rapporto di Federfarma La farmacia italiana 2025, su circa 58.000 farmacisti collaboratori il 79% è donna.
Pur essendo un tema trasversale e non solo di genere, vale forse la pena iniziare a interrogarsi anche su questo aspetto.
In questo contesto, dove il confronto tra pari è stato a lungo limitato, la creazione di una coscienza di categoria ha storicamente trovato poco spazio. Non tanto per mancanza di bisogni comuni, quanto per una cultura professionale che ha privilegiato l’adattamento della singola persona rispetto all’azione condivisa.
A questo punto, emerge una domanda: quali dovrebbero essere, quindi, le motivazioni affinché si scelga di rimanere in questa professione e provare a cambiarla insieme, invece di cercare altrove condizioni di lavoro migliori?
Negli ultimi mesi qualcosa, nel settore, si è comunque mosso.
La discussione attorno al rinnovo del contratto, scaduto ad agosto 2024, ha prodotto effetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati difficili da immaginare: un aumento delle iscrizioni ai sindacati, una maggiore attenzione ai propri diritti, la nascita di nuovi spazi di confronto tra colleghe e colleghi e lo sciopero del 6 novembre.
Si è trattato di uno sciopero storico per il personale delle farmacie private.
I numeri delle adesioni variano a seconda delle fonti: da un lato le tre sigle sindacali che rappresentano i dipendenti, dall’altro Federfarma, che rappresenta i farmacisti titolari.
Al di là delle cifre, però, ciò che emerge con chiarezza è che un cambiamento culturale e sociale è possibile.
C’è da considerare anche che le farmacie rientrano tra i servizi di pubblica utilità e, per questo motivo, gli scioperi devono rispettare quanto previsto dalla Legge 146 del 1990, che regola le modalità di astensione dal lavoro nei servizi essenziali. Nel settore delle farmacie private, queste norme sono state ulteriormente definite da un accordo nazionale siglato nel 2003 tra Federfarma e le organizzazioni sindacali.
Questo significa che lo sciopero non può svolgersi in modo totalmente libero, ma deve rispettare alcune limitazioni pensate per garantire comunque l’accesso ai servizi fondamentali per i cittadini.
Si tratta di vincoli che, comunque, non annullano il diritto di sciopero, ma che contribuiscono a rendere l’organizzazione più complessa e meno immediata rispetto ad altri settori.
Ma per capire fino in fondo le difficoltà e le fragilità di questo percorso, forse vale la pena allargare lo sguardo. Occorre considerare anche il meccanismo della creazione dell’identità professionale, per comprendere meglio le rivendicazioni emerse.
Sarebbe utile definire gli obiettivi comuni che hanno portato ad un passaggio così rivoluzionario per la categoria.
Il primo fra tutti è l’aumento salariale; il secondo riguarda il riconoscimento del valore del ruolo professionale, soprattutto dopo l’aumento delle competenze richieste dalla pandemia in poi e l’introduzione della Farmacia dei Servizi.
Il percorso, però, non è lineare. I tempi lunghi delle trattative, inevitabili nei processi contrattuali, possono generare frustrazione e raffreddare gli entusiasmi iniziali. A questo si aggiunge una difficoltà più culturale: abituati a cercare soluzioni individuali ai problemi del lavoro quotidiano, non è sempre facile accettare la lentezza e la complessità dei processi collettivi.
C’è da chiedersi, a questo punto, se le istanze rivendicate siano davvero obiettivi comuni di tutta la categoria.
Azzurra Rinaldi, un’economista femminista, come si autodefinisce, nel suo libro “Come chiedere l’aumento”, osserva che in Italia la difficoltà a parlare di denaro non riguarda solo le donne ma anche gli uomini, e affonda le radici sia in fattori culturali sia, soprattutto, in una diffusa mancanza di educazione finanziaria, quasi paradossale per il sistema capitalistico in cui viviamo.
Anche il lavoro di cura, ambito nel quale ricade il lavoro in farmacia, è spesso percepito come “naturale”, una “missione”, più che come lavoro qualificato, contribuendo a una valorizzazione economica limitata.
Accanto alla richiesta di un aumento salariale legato al costo della vita, nel dibattito è emerso anche il tema del riconoscimento economico delle nuove competenze introdotte negli ultimi anni con la cosiddetta Farmacia dei Servizi.
Questo punto presenta alcune ambiguità. Una parte dei farmacisti collaboratori guarda con una certa diffidenza a queste nuove attività, percepite talvolta come un ampliamento delle mansioni che si discosta dal ruolo tradizionale del farmacista.
Il rischio è associare il valore della professione solo a queste nuove funzioni, mentre molti professionisti ritengono che il riconoscimento economico dovrebbe riguardare prima di tutto il ruolo del farmacista in quanto tale, indipendentemente dall’introduzione di ulteriori servizi.
Questo è un nodo cruciale per l’affermazione dell’identità professionale che si sta portando avanti.
La costruzione di un “noi”, insomma, è possibile, ma resta fragile e non priva di contraddizioni.
Il percorso però non si è fermato. Dopo lo sciopero del 6 novembre, per il 13 aprile è stata indetta una nuova giornata di mobilitazione dei farmacisti dipendenti.
Un altro momento in cui la categoria sarà chiamata a interrogarsi sulla propria capacità di agire collettivamente.
Quanto oggi i farmacisti si sentono protagonisti del proprio destino professionale?
Senza un’identità professionale condivisa in cui riconoscersi, sarà difficile unire la voce per rivendicare i diritti di una categoria.
La strada da fare è ancora lunga, ma sarà necessario percorrerla insieme.
“Una tempesta alla fine sono solo milioni di gocce d’acqua, ma col giusto vento.”
(da Noi siamo tempesta, Michela Murgia)
È possibile costruire un “noi” in una professione così individualizzata?
Quali strategie possono aiutare a invertire la rotta dell’individualizzazione del lavoro e rafforzare il collettivo?
Hai mai riflettuto sulla tua identità professionale?
Scrivici. Raccontaci. Il Bugiardino è anche tuo.
🔗 Fonti e approfondimenti
Gazzetta Ufficiale - legge 146/90
Gazzetta Ufficiale - Commissione di Garanzia sullo sciopero 2003
Report Federfarma - La Farmacia Italiana 2025
Azzurra Rinaldi “Come chiedere l’aumento. Strategie e pratiche per darti il giusto valore” Fabbri Editori, 2024


